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martedì 4 febbraio 2025

Brahman
 

Gli Arii si diressero verso occidente e verso meridione, abbattendo foreste per le loro mandrie, e Indra, il Dio del Tuono, diventò Indra il Distruttore di Città. Ma si dà anche il caso di città che, rase al suolo più e più volte, non scompaiono: facendosi invisibili invadono cuori e menti dei distruttori e ne condizionano per sempre la vita.

Così vecchi e nuovi arrivati si fusero e si trasformarono in un’entità affatto nuova e incredibilmente vecchia, caddero in nuove orbite attorno a nuovi centri di gravità. In siffatta anomia i nuovi potenti ebbero subito un’intuizione destinata a stabilire un ordine: diedero origine alla più antica e fondamentale delle distinzioni, io e te, noi e loro, ciò che io sono e ciò che io non sono, bianco e nero. Ebbero soprattutto un’altra intuizione, o meglio fecero esperienza di un certo tipo di verità, nata nel corso di solitarie meditazioni nelle foreste, nei ritmi matematici e musicali di grandiosi sacrifici, o forse nell’esasperata concentrazione della caccia.

Eccola: l’universo è uno, esiste un’unità che è sconfinata madre del mondo, e questa grande armonia, questa unicità, questo brahman, si pone in essere come differenziazione, si rende visibile appunto come non-unità. Perciò l’unità è diversità, la diversità è unità; e la diversità, in ogni sua parte, è sacra in quanto è una: cielo e campi, estate e piogge, vita che si nutre di vita, uccelli e animali, ognuna è parte di un sistema. “Ogni cosa è predatore e preda.”

Dunque si pensò, anche gli individui devono essere diversi tra loro, e si narrò una storia: gli esseri umani nacquero quando il primo uomo, Purusa, fu smembrato nel corso di un grande sacrificio.

 Vikram Chandra - Terra rossa e pioggia scrosciante - pag.153

sabato 14 gennaio 2023


opera di Gregory Crewdson

 Mia madre e io non avevamo una lingua in comune. Solo parole. 

Aglaja Veteranyi - Lo scaffale degli ultimi respiri - pag 74


sabato 24 dicembre 2022

 



opere di Ilse Bing


Vivo in un senso di estraneità. Talvolta inquietante. Non essere mai esattamente questo: the Arab in the mirror. Né quest'altro: il francese nella mia testa. 

Strana condizione. La mia da sempre. 

Non essere incluso in nulla, non essere compreso in alcuna categoria saldamente stabilita. Perpetua oscillazione sul ciglio del baratro. 

Costanti interrogativi esistenziali. Sarebbe stato meglio o no essere come l'altro, che sa chi è, a quale mondo appartiene? 

Certezza desiderabile. Certezza detestabile. Che mi attira e mi respinge, nello stesso tempo, in modo estremamente preciso.

Karim Miskè - Appartenersi - pag.19


sabato 29 maggio 2021

 Testare l'esistenza di universi paralleli – Testing many-worlds  interpretation – Nowhereville

Si deve sapere che in un tempo non poi così lontano i bambini e gli adulti vivevano in due mondi separati e distinti. E anche quando, ad esempio, vedevi una bambina e una mamma addentrarsi in un bosco sulle colline sopra Bologna, se pure andavano per mano, erano due boschi di due colline diverse, sopra due diverse città.

Simone Lenzi - Mali minori - pag.10

 

domenica 8 novembre 2020

Condividere le conoscenze è una strategia vincente? – Il Giornale delle PMI 

Mi chiese qual era l’ultimo pezzo del mio puzzle: le parlai di una cerimonia dei Kiona - il wai — che avevo visto una volta sola, quand’ero appena arrivato, e dei miei pensieri nascenti sul travestitismo che la caratterizzava.
Mi chiese se avessi mai parlato con loro delle mie idee.
Risi. « Cioè dovrei dire: “Nmebito, lo sai che quella notte, accogliendo il tuo lato femminile, hai dato a questa comunità l’equilibrio spesso minacciato dall’aggressività mascolina ipersviluppata della tua cultura? ” Intendi questo?».
« Magari una cosa del genere: “Secondo te gli uomini che diventano donne e le donne che diventano uomini portano la felicità e la pace?” ».
« Ma loro non riflettono così ».
« Sì, invece. Riflettono su quello che hanno pescato il
giorno prima — su cosa gli ha fatto guadagnare, su dove andare a pescare il giorno dopo. Riflettono sui figli, le mogli, i fratelli, i debiti, le promesse ».
« Ma non ho evidenze dei Kìona che analizzano i loro rituali per capirne il significato ».
« Sicuramente qualcuno li analizza. È che sono nati in una cultura dove non è previsto, quindi l’impulso si indebolisce, come un muscolo che non viene usato. Devi aiutarli a esercitarlo ».
« Tu lo fai? ».
«Non ottengo risultati in un giorno solo, ma lo faccio. Il significato è dentro di loro, non dentro di te. Devi solo tirarlo fuori».
« Dai per scontato che abbiano capacità di analisi che non so se hanno ».
« Sono esseri umani, con menti umane perfettamente funzionanti. Non sarei qui, se non credessi che sono umani quanto me». Ora le sue guance avevano davvero preso un po’ di colore. «Non mi interessa la zoologia ».
Osservare osservare osservare, mi avevano sempre insegnato. Non mi avevano detto di condividere le mie scoperte o di chiedere ai soggetti stessi di fare un’analisi.
«Questo approccio non mette in imbarazzo il soggetto? Alterando i risultati? »
« Credo che osservare senza parlare con loro delle tue osservazioni crei un’atmosfera di estrema artificialità. Non capiscono perché sei venuto. Se ti apri con loro, tutti diventano più rilassati e sinceri ».
Somigliava di nuovo a un cuscus, con quel viso intenso e i grandi occhi grigi leggermente smarriti. " Possiamo sederci a bere quel tè? ».
« Per Freud i primitivi sono come i bambini occidentali» disse quando si sedette. « Io non sono per niente d’accordo, ma la gran parte degli antropologi non batte ciglio, quindi mettiamo che sia così. A questo punto, la mia tesi è: ogni bambino cerca un significato. Mi ricordo che a quattro anni ho chiesto a mia madre, incinta: -Che senso ha tutto questo? -Tutto questo cosa?, mi ha chiesto lei. -Tutta questa vita. Da come mi ha guardata, ricordo, ho pensato di aver detto una cosa molto brutta.
È venuta a sedersi al tavolo vicino a me e mi ha spiegato che avevo fatto una domanda enorme, e che sarei riuscita a trovare la risposta solo da vecchia, vecchissima. Ma si sbagliava: quando ha portato a casa la bambina appena nata ho capito che avevo trovato il senso. si chiamava Katìe, ma per tutti era la bambina di Nell. La mia bambina.


Possessivi verso i loro giochi? Insegniamo a condividere | Mamme.it 

L’accudivo io: le davo da mangiare, la cambiavo, la vestivo, la mettevo a letto. Poi, a nove mesi si è ammalata. Mi hanno mandata da mia zia, nel New Jersey, e quando sono tornata era morta. Non me l’hanno fatta nemmeno vedere, nemmeno toccare o tenere in braccio. Era sparita, come un tappeto, una sedia. Penso che la Vita mi abbia insegnato una buona parte di cose prima dei sei anni. Per me, il senso sono gli altri, ma gli altri possono scomparire. Immagino di non doverlo spiegare a te »

Lily King Euforia - pag.58-60

martedì 31 dicembre 2019

opera di Angelo Morbelli
«Invito dunque i perdigiorno, i presunti inutili, i lenti, i sinistrati della velocità a costruire il progetto di domani. Abbiamo bisogno della loro resistenza alla risposta immediata, della loro capacità di stupirsi, di prendere tempo e di lasciare che il tempo segua il suo corso. Insieme potremo soffermarci sulla semplicità di un fiore che brilla nella luce annunciando un frutto, una nuova avventura, un seme, quindi un’invenzione»
Gilles Clement

giovedì 28 novembre 2019



Per mettere allo scoperto il paradosso della trasparenza gli opacisti parlano di burocrazia, quella specie di malattia autoimmune che paralizza la società contemporanea. Per burocrazia non intendono l’opposto della trasparenza, bensì il suo inseparabile rovescio, la sua stessa ombra. Ebbene sì, Kafka è
il loro maestro. Strappare semplicemente il velo che copre una pratica nascosta? La trasparenza non è questo. Richiede invece un apparato astruso e costoso. Ciò emerge nell’imperativo del «dar conto». La continua necessità di
giustificare, riferire, legittimare, mobilita un’armata di contabili chiamati a produrre una gran quantità di perizie, formulari, resoconti, nel tentativo infinito di verificare, accertare, far sapere, mettere al corrente. Alla realtà si aggiunge paradossalmente uno strato di realtà per renderla più trasparente, si complica per semplificare. Non è che gli opacisti si rifiutino di pagare il prezzo dovuto alla trasparenza vagheggiando un mondo senza più frodi. Il punto è che ne vedono la portata ben al di là della lotta alla corruzione.
 Della burocrazia scorgono tutta la vischiosità. È come una colla: più si tenta di rimuoverla, più si attacca alle dita. Per limitare gli effetti deleteri dei regolamenti burocratici servono ulteriori, nuovi regolamenti burocratici. Onnipresente ovunque, il potere degli uffici non si lascia mai afferrare neppure per un istante; ogni ufficio rinvia a un altro in un’infinita, opprimente catena tentacolare.
Così l’imperativo della trasparenza solleva incessantemente il problema dell’oscurità. Ormai l'obbligo della trasparenza è infatti un mero imperativo economico. La politica che insegue la pubblicità, che si richiama alla nitidezza incolore nè di destra né di sinistra), cede il passo all’amministrazione, si riduce a governance. La post-politica dell’onestà trasparente che non cambia i rapporti socio—economici. anzi li conferma.
Agli apostoli zelanti della trasparenza assoluta gli opacisti oppongono il diritto al segreto. Nella politica, come nell’esistenza. E a tal fine mettono in questione anzitutto il mito della trasparenza. Si presume di fare a meno di ogni mediazione, si immagina un’immediatezza: l’occhio aderisce all’immagine, l’intelletto si conforma al reale. Il velo è strappato. Si potrebbe allora cogliere con mano la verità degli eventi, metterla in tasca, come possesso esclusivo che conferisce potere. Il mondo reale sarebbe riprodotto, anzi perfettamente duplicato. Ma i media che assecondano questa visione si autonegano, perché dichiarano superflua la mediazione, che è invece sempre indispensabile.
Analogo è il mito dell’autotrasparenza. La psicoanalisi lo mostra: nell’intimo di ognuno c’è sempre una crepa, una scissione che impedisce la coincidenza di sé con sé. Nessuno è trasparente a se stesso. Nel sé alberga un altro con cui l’io è costretto a convivere. Ecco perché opacisti non difendono un banale diritto alla privacy, come in genere si crede. La loro critica è più profonda e più significative sono le richieste. L’opacità non è un destino, un’ineluttabile fatalità, bensì è un diritto. Si tratta, cioè, del diritto al segreto.

Tilda Swinton ritratta da Fabio Lovino

Nel riprendere l’etica della cura di matrice femminista gli opacisti indicano nel segreto quella dimensione che, se non preservata, comprometterebbe l’umanità stessa dell’esistenza. L’effetto sarebbe non solo l’uniformità, ma la violenza che disumanizza. È questo il rischio ultimo della standardizzazione burocratica. Nel potere del segreto sta la libertà dell’esistenza. Così Édouard Glissant, il poeta della Martinica, ripensando la relazione a partire dall’opacità, rilancia la necessità di resistere contro la trasparenza riduttrice. E scrive: «Chiamiamo dunque opacità ciò che protegge il Diverso». Solo nel gioco di luce e ombra, dove l’altro in me e l’altro fuori di me viene rispettato, è possibile l’infinita, vitale differenziazione dell’esistenza. Se la burocrazia è il rovescio nascosto della trasparenza, la diversità è il volto prezioso dell’opacità. 

Donatella Di Cesare – su trasparenza e opacità – Espresso 21-4-19

domenica 26 maggio 2019

Vincent Van Gogh - autoritratto

Ognuno ha diritto di essere
sbagliato rispetto a quello
che pensa l'altro che ti
vuole bene

Ernesto Treccani da Minime

sabato 18 maggio 2019


Il Tuffatore - Paestum

Quando Bute lascia il remo, si alza.
Quando Bute sale sul ponte, salta.

Ed è Bute, è ancora l’argonauta, il dissidente che si tuffa.
Sedeo è stare seduti sul proprio banco.
Dis—sedeo è allontanarsi.
Il dis-sidente si dissocia dal gruppo che si sforza di accompagnare e addomesticare il solitario a partire dalla sua nascita.
Pascal Quignard - Bute - pag.33