domenica 2 aprile 2017


All’interno di questo percorso, scoprivo man mano altre direzioni, altre aree di lavoro, altri orizzonti. Cioè, non era mai un lavoro lineare. Voglio spiegare quest’idea, che sembra un po’ difficile. 



Non è come imboccare l’autostrada: comincio da Modena, devo uscire a Roma e non mi interessa tutto quello che succede ai lati, non prendo nessuna uscita secondaria. No. Il problema è che durante questo percorso c’è un progetto ben definito, c’e un itinerario tracciato, però è un itinerario che si muove, è il lavoro stesso con le fotografie che ti può provocare nuovi stimoli, suggerire ulteriori intuizioni.


Ci sono cose che arrivano e che non ti aspetti.                   
È una progettualità preordinata, ma che non scarta nulla a priori, e contempla anche la casualità. Quindi un percorso a zigzag più che una linea retta, precisa, non una direzione monomaniacale. Questo andare a zigzag, questo cominciare a tracciare degli itinerari, fa scoprire che muoversi all’interno di un ambiente, mettersi in relazione con un ambiente, anche utilizzando una macchina fotografica, può significare guardare a un insieme di problematiche molto vasto.                                       



Allora la linea comincia ad assumere le sembianze di una vera e propria carta. Diventa una mappa, uno parte con una linea dritta e si ritrova una mappa, costituita da miliardi di piccolissimi segni che si collegano fra di loro e costruiscono un orizzonte possibile.   
           
                                                                                               

 Ho parlato della mappa non perche abbia l’ossessione, la mania  delle carte geografiche, ma perchè il lavoro del fotografo credo consista nella stesura di una carta geografica più che nel seguire una linea retta, una strada precisa, una specie di percorso obbligato; nel costruire piano piano, assieme, una specie di mappa sulla quale ognuno può trovare la sua strada pur muovendosi all’interno di una serie di regole prestabilite, di conoscenze necessarie. Credo che questa costruzione di una mappa da leggere dall’interno per imparare a muoversi trovando strade diverse, sia un esito possibile, comprensibile e praticabile.

testo di
Luigi Ghirri - Lezioni di fotografia - pag.29 - 30
Foto di Vivian Meier , tranne l'ultima tratta da calendario Asi


giovedì 9 marzo 2017




Di sera, sul tavolo di cucina, alla luce di un lume a petrolio, il dito duro e calloso del padre lo guidava sulle carte nautiche in viaggi meravigliosi. E lui, stregato da rotte, fari, secche e nomi che bruciavano come lingue di fuoco sulle labbra dei marinai, lo seguiva incantato.

 opera di Sebastian Munster


 Pensava di imparare a partire e andare lontano. Imparava qualcosa di ben più prezioso: la strada di casa. Ogni sera, in quei viaggi simulati, il dito del padre lo guidava sempre più lontano solo per istruirlo nella difficile arte del ritorno.

Eric Minetto - Il blu più profondo del cielo - pag.83


Still life with a pidgeon di Stefano Corso


Perché mai, proprio quando non ci sarebbe più niente da perdere, si deve dire addio ai capricciosi accidenti dell'essere, mettersi alla ricerca di una miserabile coerenza, fabbricarsi un penosissimo , proprio quando invece occorrerebbe spogliarsene?
Yasmina Reza - Una desolazione - pag.114

lunedì 27 febbraio 2017

Jan Vermeer - La ragazza con l'orecchino di perla


L’arte è un nome che copre tante attività o impulsi poco confessabili, 
anche metafisici, o donchisciotteschi, 
fermare la freccia del tempo.
 (...)
In verità il pittore, specie se è un pittore anonimo e ignoto, è preso di tanto in tanto dallo spavento del nulla, 
che tutto corra verso il nulla, 
lui compreso, il condominio e sua moglie compresi, ma anche purtroppo quella mattina di brina mattutina sulle colline: 
e lui vorrebbe porci rimedio.

Ermanno Cavazzoni - Il limbo delle fantasticazioni - pag.66-67 


Ma cos’ha il comico di molto istruttivo? Ha che mostra in tutta evidenza che c’è qualcosa di dissociato interno alla parola e al pensiero, cosa che non è però solo del comico, ma di tutto il parlare umano (che sia parola non artificiale, cioè non di una macchina o di Adamo ed Eva), solo che in genere la dissociazione non si vede, o non ci si bada. Col comico si vede che Dio ci ha cacciati e confusi, oppure che Dio non c’è mai stato e noi cerchiamo di rimediare alla nostra mista natura, oppure si vede che possiamo sfruttare quella che è la nostra fortuna (di non essere macchine, di non essere angeli e neanche animali). Serio e comico (quando siano poetici, che p come dire parole in vita e aperte all’illimitato) sono dentro lo stesso fenomeno della parola multipla, solo che il segno da più diventa meno, da somma a differenza; ma non c’è il punto zero in cui il segno si inverte, perché è ampissima la zona d’ambivalenza, nella quale c’è un sospetto di comico, o viceversa un significato di gran serietà. Anzi estremizzando io direi così: che la parola è sempre comica, dal punto di vista di Dio Onnipotente, e quando un uomo parla, lassù tutti i cori degli angeli ridono, ma deve essere anche la ragione per cui l’uomo è stato creato, come intervallo buffo tra due infinità senza sorprese. Ciò che appare serio è il grado minimo ( o convergente) della dissociazione, con l’incanto di un interno a sorpresa, pur senza la reazione esplosiva; ma siamo sempre lì. Il comico che è in direzione della divergenza mostra meglio la verità, ed è come un avviso: non si creda l’uomo ad esempio di poter scrivere bene, come scriverebbe Adamo ad Eva, che era così perfetto, letterario e noioso, nei biglietti che lasciava, che Eva ha voluto smuovere ad un certo punto la situazione, e ricominciare nell’errore e nell’imperfezione, con la quale però si gode.

Ermanno Cavazzoni - Il limbo delle fantasticazioni - pag92-93



domenica 22 gennaio 2017




Nel settembre del 2011, il giorno della scomparsa di Bonatti, "La Stampa" mi chiese un pezzo di commento per ricordare il "solitario domatore di pareti". Scrissi del nostro incontro, e di come dopo due giorni di parole e racconti lo salutai. Eravamo sul cancello di casa, Rossana stava qualche passo più indietro. Lui improvvisamente guardò in alto attratto da qualche rumore. Poi puntò il dito verso il cielo, e dopo poco, con mio stupore, si posò sul suo indice un piccolo fringuello svolazzante. “L'ho raccolto che era un pulcino, tempo fa”, mi disse con gli occhi rapiti dalla bestiola. “Era ferito. L'ho curato e alimentato. Ora, lo vedi?, riconosce nelle mie mani un luogo sicuro”. Questa fu per me l'ultima immagine di Bonatti, lì in piedi nel suo giardino. Nella sua vita aveva domato pareti in solitaria, si era fotografato con l'autoscatto mentre lottava con l'anaconda, o mentre si avvicinava ai coccodrilli. Aveva i capelli bianchissimi, un sorriso senza limiti. E in quel momento il suo sguardo esprimeva la stessa meraviglia di un bambino. 
Marco Albio Ferrari - Le prime albe del mondo - pag.114

foto di Elena Shumilova

domenica 15 gennaio 2017

opera di Sebastien Del Grosso


Alcune cose sono troppo terribili per entrare a far parte di noi al primo impatto; altre contengono una tale carica di orrore che mai entreranno dentro di noi. Solamente più tardi, nella solitudine, nella memoria, giunge la comprensione: quando le ceneri sono fredde, la gente in lutto è andata via; quando ci si guarda intorno e ci si ritrova in un mondo completamente diverso.

Donna Tartt - Dio di illusioni - Pag.318