Una settimana prima di andare alla casa di riposo avevamo
impacchettato le cose di mia madre. Ike aveva appena iniziato l'asilo;
lasciarlo a casa di amici il sabato per poter stare con mia madre era stato uno
scambio doloroso. Avrei voluto assorbire fino all'ultima goccia l'innocenza che
gli era rimasta, rispondere a ogni sua domanda, rubargli abbracci appena me lo
permetteva. Ma ero l'unica persona che mia madre lasciava entrare; non c'era
nessun altro che potesse aiutarla.
Le sottoposi un'infinità di cianfrusaglie da approvare.
Tieni o butti? chiedevo.
La mamma sedeva in poltrona e indossava un vestito azzurro
che si era cucita da sola. II tessuto era liso, quasi trasparente. Carnie, il
pappagallo, se ne stava comodamente posato sulla sua spalla. Temevo che gli
artigli le ferissero la pelle sottile, ma lei si muoveva come se non ne
sentisse il peso.
Sollevai una scatola piena di mele di plastica che avevo
dipinto a mano per lei quand'ero piccola.
Buttale, disse.
Iniziai ad avvolgere nei giornali i suoi bicchieri.
Ricordati di lasciare un po' di giornali per foderare la
gabbia.
Mia madre prese Carnie con entrambe le mani e se lo mise in
grembo. Accavallò le gambe, poi lo grattò tra le ali. Mentre lo coccolava, gli
occhi, come semini neri, si socchiusero. Erano abituati l'uno all'altra, una
coppia di tristi abitudinari. Carnie conosceva la sua voce e i suoi gesti
meglio di me, e le stava più a cuore di me nella vita di tutti i giorni. Le sue
trasgressioni - la gabbia sporca, una beccata ogni tanto erano accettate con
affettuosa comprensione.
La smetta di telefonare, disse Carnie. La smetta.
Ricordati, dissi a mia madre, che non sono obbligata a
prendermi cura di quel pennuto.
Be', disse lei, io non sono obbligata a prendermi cura di
te.
Invece si, pensai, le sue parole una scheggia nel petto.
Devi.
In quel momento, mi sentii cedere. La odiavo per la sua freddezza,
la logica testarda, la capacità di fare la voce grossa anche quand'era stanca
morta, pelle e ossa, e non vedeva nemmeno il cibo sulla forchetta.
Eccola seduta in poltrona, nel suo vestito fuori moda fatto
a mano, con il pennuto in braccio e la merda sulla spalla. Era stata
schiacciata dal mondo, ma di fronte alla sconfitta minacciava tutti noi.
Carnie tornò sulla sua spalla e affondó la testa nei suoi
capelli radi, come se volesse assorbirla, conservarne il ricordo.
Mi venne in mente che con la voce di mia madre dentro di sé
avrebbe avuto sempre qualcosa di lei da ricordare.
Non vuoi tenerle, queste? chiesi, riproponendole una
scatola di fotografie.
Posso spegnere il mio cuore quando voglio, aveva
detto.
Per anni le avevo creduto.

Ma ora so qual è la verità. La verità é che siamo pazzi,
malati d'amore, tutti quanti.
Megan Mayhew Bergman - Paradisi minori - pag.31-2