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domenica 13 giugno 2021

 L'arte del "soffrire insieme": cosa significa davvero "condoglianze" ~

«Le confesso che non sono credente» disse.

Lui la guardò un po' stupito.

«E a che cosa si aggrappa, quando la sua professione la mette di fronte al male?»

Era una domanda terribilmente seria, che Teresa non si aspettava.

«Alla compassione, padre» rispose.

Lui soppesò le sue parole, poi annuì. «Scelta difficile» disse. «La compassione è una virtù che fa soffrire.»

Ilaria Tuti - La ninfa dormiente - Pag.115

 

venerdì 24 aprile 2020


“No. No, Olive. E' che ce ne stavamo lì seduti e fingevamo che saremmo andati da qualche parte, noi due insieme”. Marlene scuote la testa. “Anche dopo che il dottor Stanley ci aveva spiegato la situazione, sfogliavamo quei volantini e parlavamo dei viaggi che avremmo fatto quando lui si fosse ripreso”. Si strofina il viso con entrambe le mani. “Mio Dio, Olive”. Marlene si ferma a osservare il coltello che Olive tiene in mano. “Mio Dio, Olive. Sono così imbarazzata”. E lo sembra davvero: le guance le si coprono di un rosa intenso, e poi di un rosso vivido.                              



   “Non ce n'e bisogno”, le dice Olive. “Tutti noi, a un certo punto, abbiamo voglia di uccidere qualcuno”. E’  pronta a snocciolarglielo subito, se Marlene ha voglia di ascoltare, l'elenco delle persone che lei stessa vorrebbe uccidere.                         

Ma Marlene risponde: “No, non per quello. Non per quello. Perché me ne stavo lì seduta con lui a pianificare tutti quei viaggi”. Strappa il fazzoletto di carta, ormai ridotto a brandelli. “Mio Dio, Olive. Era come se ci credessimo. E lui era lì, che perdeva peso, così debole...  “Marlene, porta qui il cestino da viaggio”, diceva, e io glielo portavo. Mi imbarazza talmente, adesso, Olive”.                                            
Un'innocente, pensa Olive, fissando quella donna. Una vera innocente. Non se ne trovano più.         
Perbacco, non se ne trovano più.


Frances McDormand interprete film - Olive Kitteridge
(...)
Olive vorrebbe posare una mano sulla testa di Marlene, ma non è il genere di cose in cui lei è particolarmente abile. Perciò si avvicina alla sedia su cui è seduta la donna e guarda fuori dalla finestra, verso la spiaggia, ampia ora che la marea si è quasi ritirata. Pensa a Eddie junior laggiù che tira i sassi nell'acqua, e può solo ricordare quando anche lei si sentiva così, abbastanza giovane da raccogliere un sasso e scagliarlo in mare con forza; abbastanza giovane per farlo, per tirare quel maledetto sasso.
Elisabeth Strout - Olive Kitteridge - pag. 256-6

martedì 21 aprile 2020



La Signora Sasaki ci accoglie in una sorta di serra antistante all’ingresso della cucina, un tavolo al centro, la luce che gocciola ovunque, insieme alla. Pioggia sottile di fine novembre, sulle vetrate del tetto.

Sasaki-San, il guardiano, ci attende. È quando ci vengono serviti un tè dolcissimo e una torta di mele, che iniziamo.
Quante persone sono venute fino ad oggi al Telefono del Vento?”
«Con precisione non si può dire, ma certo più di 35 mila»
“Come accogliete le persone che salgono a Bell Gardia?»
«Alcuni seguono il sentiero fino al Telefono del Vento, poi se ne vanno. E’ totalmente indipendente e noi neppure ci accorgiamo della loro presenza. Altri salgono da noi dopo che hanno parlato con i loro cari defunti, e gli andiamo incontro. Certi sono in lacrime, li invitiamo a entrare, a bere un tè insieme. Molti hanno bisogno di raccontare».
“È importante anche il luogo, questo giardino meraviglioso...”, dico voltandomi intorno, oltre le vetrate che non nascondono nulla.
«Lo è. Bell Gardia è anche un tramite per riprendere consapevolezza della realtà, una specie dl ponte che collega il mondo dei vivi a quello del morti. Arrivare qui sottintende un esercizio dl...» Sasaki-san esita, cercando la giusta parola “... mindfulness».

 


Mentre sorbiamo il. tè e scende la sera, penso che venire qui è come diventare parte di una grande narrazione. Dare il proprio contributo al racconto della storia di un pezzetto di umanità, quella che resta.
Esiste una parola in giapponese per indicare i parenti dei defunti, i rimasti: izoku. Richiama la parola kazoku, «la mia famiglia» in cui zoku è il «clan» e ka è la «casa», lì dove invece in izoku al «clan» si accompagna un altro ideogramma: i, che è «quanto resta». Chi resta.
Penso allora che dal momento in cui nasciamo entriamo tutti a far parte di quella grande, resiliente famiglia.
Siamo fin dal principio izoku. I Rimasti.

Laura Imai Messina – Il telefono del vento – La Lettura 12-1-20