La Signora Sasaki ci accoglie in una sorta di serra
antistante all’ingresso della cucina, un tavolo al centro, la luce che gocciola
ovunque, insieme alla. Pioggia sottile di fine novembre, sulle vetrate del tetto.
Sasaki-San, il guardiano, ci attende. È quando ci vengono serviti un tè
dolcissimo e una torta di mele, che iniziamo.
Quante persone sono venute fino ad oggi al Telefono del Vento?”
«Con precisione non si può dire, ma certo più di 35 mila»
“Come accogliete le persone che salgono a Bell Gardia?»
«Alcuni seguono il sentiero fino al Telefono del Vento, poi se ne vanno. E’
totalmente indipendente e noi neppure ci accorgiamo della loro presenza. Altri
salgono da noi dopo che hanno parlato con i loro cari defunti, e gli andiamo
incontro. Certi sono in lacrime, li invitiamo a entrare, a bere un tè insieme.
Molti hanno bisogno di raccontare».
“È importante anche il luogo, questo giardino meraviglioso...”, dico voltandomi
intorno, oltre le vetrate che non nascondono nulla.
«Lo è. Bell Gardia è anche un tramite per riprendere consapevolezza della realtà,
una specie dl ponte che collega il mondo dei vivi a quello del morti. Arrivare
qui sottintende un esercizio dl...» Sasaki-san esita, cercando la giusta
parola “... mindfulness».

Mentre sorbiamo il. tè e scende la sera, penso che venire
qui è come diventare parte di una grande narrazione. Dare il proprio contributo
al racconto della storia di un pezzetto di umanità, quella che resta.
Esiste una parola in giapponese per indicare i parenti dei defunti, i rimasti:
izoku. Richiama la parola kazoku, «la mia famiglia» in cui zoku è il «clan» e
ka è la «casa», lì dove invece in izoku al «clan» si accompagna un altro
ideogramma: i, che è «quanto resta». Chi resta.
Penso allora che dal momento in cui nasciamo entriamo tutti a far parte di quella
grande, resiliente famiglia.
Siamo fin dal principio izoku. I Rimasti.
Laura Imai Messina – Il telefono del vento – La Lettura
12-1-20