
Niente da fare: per la realtà, è finita. Lei si difende. Respinge imbrogli, trappole, mine che impediscono di raggiungerla, anche se ci rendiamo conto che è nei suoi oggetti che potremmo afferrarla. Sin dall'inizio ho litigato con oggetti immaginari. Mi sono dannato a ingannarmi da solo, a compromettere le mie stesse aspirazioni. Era giunto il momento che quel viaggio finisse.

Speravo ancora un po', come avevo fatto spesso nel corso dei miei innumerevoli viaggi verso la casa dell'Alvernia, che il grande silenzio delle steppe e il vento m'immergessero nel loro freddo rigeneratore, mi sciacquassero delle approssimazioni e dei compromessi, speravo, calpestando la terra, sfiorando con la mano la grana delle vecchie pietre e delle cortecce, la pelle rugosa delle mucche, di mescolare il mio corpo alla sostanza stessa del mondo.

Ma sapevo anche che non sarebbe mai successo. Avevo finalmente capito che ciò che avrei ricevuto in dono lassù, nel più profondo dei boschi, nell'antro scuro e odoroso delle stalle, nel cuore dei vecchi sentieri che sembrano sempre scendere in un passato dimenticato, sarebbe stata una promessa, l'attesa nuda del miracolo, la stessa che mi teneva sveglio da bambino la vigilia di Natale, nel letto freddo che condividevo con la mia bisnonna. Era questo che dovevo cercare davvero, quella vigilia, quel fervore rinnovato, brillante e tagliente come una lama, che affilava il vento e le acque chiare.
Pierre Jourde - Il viaggio del divano letto - pag.220
Nessun commento:
Posta un commento