La mia devozione per Rachma è concreta e comincia da quando
nel 1972 si presentò a Barbastro con la sua Simca.
Era euforico e felice di ritrovare il proprio paese. Insistette che voleva fare
un regalo al nipote. Non so quante volte Rachma mi abbia visto nella vita: non
devono essere state molte, sette o otto, forse, con un po’ di fortuna, dieci.
Quella fu importante. Rachma e io andammo in un negozio che stava, e continua a
stare, nel centro di Barbastro. Si chiamava Magazzini Roberto. Rachma voleva
comprarmi un bel giocattolo. Io mi sentivo allo stesso tempo contento e
confuso, perché non era Natale e mi avrebbero fatto un regalo come quello dei
Re Magi.
C’era un commesso del negozio, un tizio poco più che ventenne, che si offrì di
mostrarmi tutti i giocattoli. Rachma mi lasciò alle cure del ragazzo mentre
andava a salutare un vecchio amico per dirgli che era a Barbastro, e così mi
presi il mio tempo per scegliere il regalo che mi piaceva di più.
Il commesso era un tipo alto, sudato, silenzioso, grasso, con la pelle bianca.
Mi portò per mano nello scantinato, dov’era immagazzinata una bella quantità di
giocattoli.
Me ne mostrò alcuni.
E qui si verifica di nuovo il blackout, come con il sacerdote.
Le sue mani sudate toccano il mio corpo e vogliono accarezzarmi. Mi tocca. Mi
palpa. Vuole darmi un bacio in bocca. Io provavo vergogna, una vergogna priva
di razionalità. E senso di colpa.
Ma stavolta è diverso. Quello che non avevo saputo dire a mio padre, lo dissi a
Rachma. A Rachma fu facile dirlo, O piuttosto lui seppe vederlo, seppe indovinarlo
e dovetti soltanto dargliene una conferma. E Rachma montò in collera.
Rachma cercò quel tizio, voleva spaccargli la faccia.
Rachma voleva ammazzare quel tizio.
Non mi sono mai sentito tanto protetto.
Invoco quella protezione in questo momento di fronte al mistero della morte.
Quel tizio era un figlio di puttana.
Rachma mi difese e mi tolse il senso di colpa. Non era colpa mia. Quella
certezza che non ero stato colpevole poi mi servì nella vita, mi fu utile molte
volte. Rachma lo proclamava con il suo modo di agire. Mi stava difendendo, alla
fine. Lo ricordo con forza nelle sue azioni, mentre parla con il proprietario
del negozio, senza paura di nessun potere sulla terra, senza paura delle
conseguenze, senza paura perché stava difendendo me. Per difendere qualcuno
bisogna essere, prima, sicuri di sé stessi. La sicurezza che aveva Rachma non
la ebbe Bach. Quella sicurezza è l’oro più grande dei corpi e delle menti.
Spero che la ereditino Bra e Valdi, perché è nel nostro sangue, perché Rachma
ce l’aveva.

Grazie, Rachmaninov, la tua musica suona ancora nel mio cuore stanco.
La tua difesa della mia vita torna a me in questa notte del Venerdì Santo,
quarantacinque anni dopo.
Alla fine, la colpa non era mia.
Manuel Vilas - In tutto c'è stata bellezza - Pag.364-5
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