Mio padre aveva infatti fondato la sua gestione del potere sull'intimidazione, sull'allusione cioè a scenari violenti che si sarebbero verificati se il nostro agire non fosse stato conforme alle sue volontà. E siccome questa sua gestione era la conseguenza di un disturbo tanto profondo quanto non diagnosticato, e rispondeva quindi a una logica allucinata che si saldava alla consuetudine patriarcale moltiplicandone gli effetti, il senso di minaccia era la costante della nostra vita quotidiana.

Quando anche la giornata sembrava filare lungo binari di una normalità ordinaria, pacifica nelle sue manifestazioni - cosa che, ripeto, avveniva in proporzione assai maggiore rispetto ai momenti di esplosione d'ira -, c'era sempre, parallelo, il crepitare del fuoco sulla stoppa, la possibilità che di colpo e per ragioni a noi incomprensibili, arrivasse lo scoppio.

Il fraintendimento nasceva proprio lì. In un cortocircuito insondabile generato nei labirinti della psiche, attraverso la violenza mio padre pretendeva amore. Era disposto, come extrema ratio, a menare le mani, fare del male ai propri familiari, danneggiare oggetti, persino a rischiare la prigione, pur di ricevere amore in contraccambio. La violenza era il mezzo, quando ogni altro mezzo si era rivelato fallimentare, per procacciarsi qualche manifestazione di affetto, anche se insincera. Dunque si faceva temere, odiare, detestare, come risposta immediata alla sua domanda, o pretesa, d'amore.

La paura, nelle forme dell'intimidazione, era il suo strumento primo, l'unico a cui ricorreva quando non sentiva arrivargli amore a sufficienza. II terrore costante che provavo io (che in mia sorella prendeva invece la forma di un disprezzo, di figlia e di donna, molto spesso compresso nel silenzio) era il rovescio, ma in qualche perversa maniera la conferma per lui, di un qualche amore. La disperazione profonda che da tutto questo gli derivava, e l'angoscia che generava nelle nostre vite, stavano dentro quell'incendio in cui amore e paura insieme producevano soltanto distruzione.

Mio padre, in sintesi, aveva bisogno di spaventare per sentirsi amato, anche se sapeva per istinto che nessuno spavento sarebbe stato sufficiente a farsi amare quanto lui voleva, e che anzi avrebbe provocato solo paura, insincerità e in definitiva disamore.
Andrea Bajani - L'anniversario - pag. 82-3
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