Il nostro mondo ha condannato da tempo il silenzio
all’esilio, emarginandolo fisicamente, ma anche sottraendogli senso.
Esso viene bollato come un’assenza di suoni e di vita, una privazione di facoltà, talvolta addirittura come un segno di viltà. Certo, è vero che la vita è un rincorrersi di suoni, dal “lieto rumore” dei fanciulli che si rincorrono all’urlo di fronte alle paure. Ma questo classico argomento a favore del rumore oggi non tiene più, perché ci troviamo di fronte a qualcosa di più delle semplici vibrazioni sonore prodotte dalla vita, ad un fenomeno strutturato e programmato, ad un’invasione capillare prodotta su scala di massa. Ogni nostra giornata, infatti, è costellata dalla presenza continua di suoni, da un controcanto che ci insegue ovunque. Questa produzione continua di rumore e di suoni ha una matrice strutturale molto precisa: è necessario intrattenere l’uomo, riempire tutti i pori del suo tempo, evitare che si allontani dal continuo vortice di emozioni prodotte da un apparato produttivo sempre più vasto. Questa infiltrazione capillare dell’intrattenimento ha il proprio avversario nella pausa, nella sosta, nella riflessione silenziosa e personale o in qualsiasi cosa le somigli o la ricordi.
Esso viene bollato come un’assenza di suoni e di vita, una privazione di facoltà, talvolta addirittura come un segno di viltà. Certo, è vero che la vita è un rincorrersi di suoni, dal “lieto rumore” dei fanciulli che si rincorrono all’urlo di fronte alle paure. Ma questo classico argomento a favore del rumore oggi non tiene più, perché ci troviamo di fronte a qualcosa di più delle semplici vibrazioni sonore prodotte dalla vita, ad un fenomeno strutturato e programmato, ad un’invasione capillare prodotta su scala di massa. Ogni nostra giornata, infatti, è costellata dalla presenza continua di suoni, da un controcanto che ci insegue ovunque. Questa produzione continua di rumore e di suoni ha una matrice strutturale molto precisa: è necessario intrattenere l’uomo, riempire tutti i pori del suo tempo, evitare che si allontani dal continuo vortice di emozioni prodotte da un apparato produttivo sempre più vasto. Questa infiltrazione capillare dell’intrattenimento ha il proprio avversario nella pausa, nella sosta, nella riflessione silenziosa e personale o in qualsiasi cosa le somigli o la ricordi.
La paura del silenzio nasce
da questo horror vacui. In una società fondata sul dogma della espansione
continua e sulla organizzazione capillare della distrazione, ogni silenzio
appare sospetto, il sintomo di una malattia nascosta, o che richiede l’immediata
apertura di una pratica terapeutica e la proiezione in quell’universo profilattico
nel quale ogni difformità dall’euforia d’ordinanza viene chiamata depressione,
un buco nero che ovviamente va colmato al più presto.
Tutto può essere curato, ogni soglia può essere spostata in avanti: nulla è più estraneo alla nostra società dell’affacciarsi sul limite, del sostare e riflettere sul fatto che per vivere bisogna misurarsi con ciò che non è manipolabile a nostro piacimento, che la vita conosce sconfitte e apprendimenti dolorosi, ma anche splendidi e indicibili intervalli, momenti in cui il silenzio è l’unico suono giusto.
Tutto può essere curato, ogni soglia può essere spostata in avanti: nulla è più estraneo alla nostra società dell’affacciarsi sul limite, del sostare e riflettere sul fatto che per vivere bisogna misurarsi con ciò che non è manipolabile a nostro piacimento, che la vita conosce sconfitte e apprendimenti dolorosi, ma anche splendidi e indicibili intervalli, momenti in cui il silenzio è l’unico suono giusto.
L’ euforia d’ordinanza teme il momento in cui la vita arriva sull’ orlo, del limite, quando scopriamo che tutto può essere perfetto anche, senza additivi sonori o quando dobbiamo prendere atto che bisogna salutare il mondo, rinunciando ad accanirci per trovare ad ogni costo un colpevole di ciò che ci accade. Il silenzio è soprattutto questo momento, quello in cui ci confrontiamo con questa soglia, quell’esperienza che permette di vedere che, per quanto grandiosi, i risultati del progresso rimangono una piccola cosa, in confronto al mistero che ci circonda. Certo, come ci ricordano Pascal e Leopardi, il vuoto e il silenzio di un universo disabitato da Dio fanno paura ed è forse questa la ragione per cui da allora l’uomo ha deciso di aumentare la velocità ed alzare il volume.
L’inestimabile valore del silenzio sta proprio in questo suo stare sul confine: esso ripropone domande che pensavamo, superate e chiede al vociare della vita di fermarsi un attimo per confrontarsi con tutto quello: che la circonda e che non è riducibile al glorioso, ma spaventosamente piccolo titanismo dell’uomo. Noi ci assordiamo dilatando a dismisura la vita, cerchiamo continuamente di espanderci e di distrarci, ma la verità più grande è là fuori. Non è un caso che la parola silenzio sia l’ultima che viene pronunziata da Amleto, ma anche quella con cui si conclude il Tractatus di Wittgenstein, e non è un caso che John Cage ritenesse che 4’33" di silenzio potessero insegnarci ad ascoltare. Far tornare il silenzio dall’esilio vuol dire soprattutto restituire onore al limite, farlo rientrare nella nostra esperienza quotidiana, ridare a quest’ultima confidenza con il valore dei piccoli e grandi vuoti che incontriamo.
Edgar Lee Masters si chiedeva: “Per le cose profonde a che serve il linguaggio?”.
Franco Cassano – il silenzio – la Repubblica 16-9-12
opere di Mark Rothko




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