“Fate come gli alberi: cambiate le foglie, ma conservate le radici. Quindi, cambiate le vostre idee ma conservate i vostri princìpi” V. Hug0.
Un invito, questo, a passare dall’accezione botanica a quella antropologica della parola “radice”. Per cui, il fusto sono i pensieri, le opinioni, l'educazione; foglie e frutti sono i comportamenti, le decisioni e gli stili di Vita. Fusto, foglie e frutti - anche nel significato simbolico evocato dall‘autore de I Miserabili - esistono grazie alla radice.
«Con i mattoni si costruisce, grazie alle radici si cresce», ha scritto S. Tamaro.
Per rimanere in ambito simbolico, si può dire che la radice è generosa e tenace: percorre lunghi tragitti sottoterra, scava con fatica per trovare acqua e nutrimento perché il fusto produca le foglie e i frutti. La radice è solida: difende l’organismo dalle intemperie e dalle distrazioni del vento donandogli sicurezza. La radice è umile: lavora in silenzio, si nasconde sotto terra per dare splendore alla pianta. La radice è femmina: nelle viscere cerca terreno fertile per trasformarlo in vita.

Nella cultura egizia, l’albero della vita (riprodotto negli antichi papiri) ha una enorme radice che nelle profondità e dalle profondità fa scaturire una ramificazione copiosa.
Di simbolismo in simbolismo, tale immagine è stata traslata per rappresentare l’albero genealogico delle famiglie dove la ramificazione sono i volti e le storie degli individui che ne fanno parte.
Come a dire che una famiglia tiene con sé uomini accomunati da un’unica radice ma con storie diverse. E non solo. Una famiglia è essa stessa ramo di un albero più grande che comprende altre famiglie. A ritroso nel tempo, per propaggine, ogni albero è ramo di un altro albero; come ogni uomo, volto e storia è un albero che produce rami e frutti.
La radice è punto di partenza, origine e principio
principiante di tutto.
Se ciò e tutto ciò che afferma Hugo è vero, ogni volto, ogni uomo, ogni storia è insieme frutto e principio. Esserne consapevoli vuol dire sviluppare subito sentimenti di gratitudine nei confronti di chi è stato “radice” per noi e sentimenti di responsabilità nei confronti di quanti saranno il frutto di quanto ciascuno di noi fa e realizza. Monito memorabile deve essere, per questo, l’autocritica del dantesco Ugo Ciapetta: «Io fui radice de la mala pianta che la terra cristiana tutta aduggia» (Dante, Par. XX, 43-44).
Se ciò e tutto ciò che afferma Hugo è vero, ogni volto, ogni uomo, ogni storia è insieme frutto e principio. Esserne consapevoli vuol dire sviluppare subito sentimenti di gratitudine nei confronti di chi è stato “radice” per noi e sentimenti di responsabilità nei confronti di quanti saranno il frutto di quanto ciascuno di noi fa e realizza. Monito memorabile deve essere, per questo, l’autocritica del dantesco Ugo Ciapetta: «Io fui radice de la mala pianta che la terra cristiana tutta aduggia» (Dante, Par. XX, 43-44).
Non possono esistere umani senza radici,
cioè senza principi, senza Storia e senza origine. Chi recide la radice si espone
a essere travolto al primo vento che spira. Mettere radici, «farsi terra e
paese» (Pavese) è il bisogno di ogni uomo. Anche dei tanti uomini e donne in
fuga dalla guerra e in cammino verso una speranza di vita.
Per cui «Dona a
chi ami ali per volare, radici per tornare e motivi per rimanere» (T. Gyatso).
Nunzio Galatino -Radice - Il Sole 24 ore del 21-5-2017





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