
Vivere con lucidità una vita semplice, silenziosa, discreta, tra libri intelligenti, amando poche persone.
Gomez Davila in Marco Filoni - Inciampi. Storie di libri, parole e scaffali - pag.34

Vivere con lucidità una vita semplice, silenziosa, discreta, tra libri intelligenti, amando poche persone.
Gomez Davila in Marco Filoni - Inciampi. Storie di libri, parole e scaffali - pag.34

Gómez Dávila aveva la maledetta ambizione di mettere sempre un libro intero in una pagina, una pagina intera in una frase e questa frase in una parola. I suoi frammenti sono fatti della stessa pasta della poesia; la frase deve avere (e gli riesce sempre) «la durezza della pietra e il tremolio delle foglie», per dirla con le sue parole.
opera di Georges SeuratPer questo è considerato un maestro dell'aforisma, anche se lui stesso ha sempre negato che le sue annotazioni appartengano a questo genere: piuttosto, scrive, i suoi «sono tocchi cromatici di una composizione pointilliste». E il motivo di questa scelta la spiega lui stesso: «L'esposizione didattica, il trattato, il libro si addicono soltanto a chi sia pervenuto a conclusioni che lo soddisfano. Un pensiero vacillante, pieno di contraddizioni, che viaggia senza comodità nel vagone di una dialettica disorientata, tollera appena la nota, perché gli serve da punto di appoggio transitorio».

Ecco perché, continua Gomez Dávila, le mie frasi «le proclamo di importanza nulla e, per questo, sono note, glosse, scolii, voglio dire: l'espressione verbale più discreta e più vicina al silenzio».
[...]
Di fronte ai volumoni degli altri autori e filosofi suoi contemporanei Gómez Dávila è sprezzante: la loro prolissità li rende "incontinenti", il loro «non è un eccesso di parole, ma una carenza di idee».

Al contrario, scrive ancora, lo scritto frammentario «si fa poesia nel momento in cui ci obbliga a completare le sue curve mutile». Ma la scelta del frammento non è soltanto di ordine estetico, ovvero per la necessità di far rientrare le sue frasi nel registro della pura bellezza. La sua è prima ancora un'opzione filosofica: l'enunciazione secca, diretta delle idee obbliga al "pensiero onesto", senza reticenze e nascondimenti.
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Afferma che «il discorso continuo tende a occultare le rotture dell'essere», mentre «ciò che non è frammento è inganno». Anche perché, come scrive in una meravigliosa sentenza, «tra poche parole è difficile nascondersi come tra pochi alberi».
Marco Filoni - Inciampi. Storie di libri, parole e scaffali - pag.34-5-6
Stephanie fece un lungo respiro per calmarsi. “Tu che programmi hai, Jules?”
“Te l'ho detto, voglio venire con te da questo...”
“Intendo cosa pensi di fare”.
Ci fu un lungo silenzio. Poi Jules disse: “Non ne ho idea”.
Stephanie lo guardò. Avevano imboccato la Henry Hudson Parkway, e Jules stava guardando il fiume, il viso svuotato di ogni energia e speranza. Sentì una fitta di paura stringerle il cuore. “Quando sei arrivato a New York”, disse, “tanti anni fa, eri pieno di idee”.
Jules sbuffò sarcastico. “Chi non lo è, a ventiquattro anni?”
“Avevi una direzione?”
Si era laureato alla University of Michigan un paio di anni prima. Una delle ragazze con cui Stephanie divideva l'appartamento il primo anno alla NYU aveva lasciato gli studi per curarsi l'anoressia, e per tre mesi Jules aveva occupato la sua stanza, vagando per la città armato di bloc-notes, imbucandosi alle feste della Paris Review. Al ritorno dell'anoressica, si era già trovato un lavoro a Harper's Magazine, un appartamento tra l'Ottantesima e York Avenue e tre coinquilini, due dei quali ora dirigevano riviste. Il terzo aveva vinto un Pulitzer.
“Io non capisco, Jules”, disse Stephanie. “Non capisco cosa ti è successo”.
Jules continuò a fissare lo skyline luccicante di Lower Manhattan come se niente fosse. “Sono come l'America”, disse poi.
Stephanie si voltò di scatto, spaventata “Ma che dici?”, gli chiese. “Le medicine le stai prendendo?”
“Abbiamo le mani sporche”, disse Jules.
Jennifer Egan - Il tempo è un bastardo - pag.154-155

Infine, se da questa storia volessi farne uscire un romanzo, dimostrerei ancora una volta che non si può scrivere se non facendo palinsesto di un manoscritto ritrovato — senza mai riuscire a sottrarsi all’Angoscia dell’Influenza. Né sfuggirei alla puerile curiosità del lettore, il quale vorrebbe poi sapere se davvero Roberto ha scritto le pagine su cui mi sono intrattenuto sin troppo. Onestamente, dovrei rispondergli che non è impossibile che le abbia scritte qualcun altro, che voleva solo far finta di raccontar la verità. E cosi perderei tutto l’effetto romanzesco: dove, sì, si fa finta di raccontar cose vere, ma non si deve dire sul serio che si fa finta.
Umberto Eco - L'isola del giorno prima - pag.473

- Mi sta chiamando il corvo.
- Un corvo?
- L'ho tenuto tre anni, poi l'ho lasciato andare.
- Ti ha seguito fino a qua? Lo riconosci?
- Usciamo dalla tenda, te lo presento, si chiama Varòna.
- Varòna è corvo in russo. È stato lui a portare qui tuo padre?
- No, lo ha seguito. È venuto a proteggermi.
- Ti sta bene sulla spalla.
- Scavo nei tronchi qualche larva da dargli. Mangiavamo insieme, dormiva con me e con l'orso. Ha dieci anni, sta con una compagna, me l'ha presentata. Viene a trovarmi.
Voi avete gli angeli custodi, io ho un corvo.
- Capisco perché chiami persone gli animali.
Ti guarda, pare che capisca che parliamo di lui.

- Capisce dalla voce, dalle mosse.
- Come poteva intervenire con tuo padre?
- È un acrobata in volo, scaccia via pure le aquile. Scende a picco, gli basta sfiorare per buttare a terra.

Ti toglie di mano il coltello pure se l'impugni stretto.
- Adesso resta o se ne va?
- Prima gli do da mangiare.
Erri De Luca - Le regole dello Shangai - Pag.28