- È quando ti parlano e ci infilano la parola: ancòra. Lei lavora ancora? Ancora va in campeggio, ancora fa questo e quest'altro?
Erri De Luca - Le regole dello Shangai - pag. 41

- Mi sta chiamando il corvo.
- Un corvo?
- L'ho tenuto tre anni, poi l'ho lasciato andare.
- Ti ha seguito fino a qua? Lo riconosci?
- Usciamo dalla tenda, te lo presento, si chiama Varòna.
- Varòna è corvo in russo. È stato lui a portare qui tuo padre?
- No, lo ha seguito. È venuto a proteggermi.
- Ti sta bene sulla spalla.
- Scavo nei tronchi qualche larva da dargli. Mangiavamo insieme, dormiva con me e con l'orso. Ha dieci anni, sta con una compagna, me l'ha presentata. Viene a trovarmi.
Voi avete gli angeli custodi, io ho un corvo.
- Capisco perché chiami persone gli animali.
Ti guarda, pare che capisca che parliamo di lui.

- Capisce dalla voce, dalle mosse.
- Come poteva intervenire con tuo padre?
- È un acrobata in volo, scaccia via pure le aquile. Scende a picco, gli basta sfiorare per buttare a terra.

Ti toglie di mano il coltello pure se l'impugni stretto.
- Adesso resta o se ne va?
- Prima gli do da mangiare.
Erri De Luca - Le regole dello Shangai - Pag.28
Non la vedo così.
Un incontro può fare da innesco, ma è la vita a cambiare le persone, non viceversa.
Erri De Luca - Le regole dello Shangai - pag. 97
Mio padre aveva infatti fondato la sua gestione del potere sull'intimidazione, sull'allusione cioè a scenari violenti che si sarebbero verificati se il nostro agire non fosse stato conforme alle sue volontà. E siccome questa sua gestione era la conseguenza di un disturbo tanto profondo quanto non diagnosticato, e rispondeva quindi a una logica allucinata che si saldava alla consuetudine patriarcale moltiplicandone gli effetti, il senso di minaccia era la costante della nostra vita quotidiana.

Quando anche la giornata sembrava filare lungo binari di una normalità ordinaria, pacifica nelle sue manifestazioni - cosa che, ripeto, avveniva in proporzione assai maggiore rispetto ai momenti di esplosione d'ira -, c'era sempre, parallelo, il crepitare del fuoco sulla stoppa, la possibilità che di colpo e per ragioni a noi incomprensibili, arrivasse lo scoppio.

Il fraintendimento nasceva proprio lì. In un cortocircuito insondabile generato nei labirinti della psiche, attraverso la violenza mio padre pretendeva amore. Era disposto, come extrema ratio, a menare le mani, fare del male ai propri familiari, danneggiare oggetti, persino a rischiare la prigione, pur di ricevere amore in contraccambio. La violenza era il mezzo, quando ogni altro mezzo si era rivelato fallimentare, per procacciarsi qualche manifestazione di affetto, anche se insincera. Dunque si faceva temere, odiare, detestare, come risposta immediata alla sua domanda, o pretesa, d'amore.

La paura, nelle forme dell'intimidazione, era il suo strumento primo, l'unico a cui ricorreva quando non sentiva arrivargli amore a sufficienza. II terrore costante che provavo io (che in mia sorella prendeva invece la forma di un disprezzo, di figlia e di donna, molto spesso compresso nel silenzio) era il rovescio, ma in qualche perversa maniera la conferma per lui, di un qualche amore. La disperazione profonda che da tutto questo gli derivava, e l'angoscia che generava nelle nostre vite, stavano dentro quell'incendio in cui amore e paura insieme producevano soltanto distruzione.

Mio padre, in sintesi, aveva bisogno di spaventare per sentirsi amato, anche se sapeva per istinto che nessuno spavento sarebbe stato sufficiente a farsi amare quanto lui voleva, e che anzi avrebbe provocato solo paura, insincerità e in definitiva disamore.
Andrea Bajani - L'anniversario - pag. 82-3
Questi movimenti fascisti, ovunque essi sorgano, si autodefiniscono movimenti popolari. Spesso usano un tono molto aspro contro i ricchi, specialmente quando questi lesinano le sovvenzioni al partito, mostrando di non capire il proprio tornaconto. Io però sono convinto che a contare sia proprio il piccolo contributo.

E quanto più severamente quelli tuonano contro i ricchi, tanto più lautamente affluisce il piccolo contributo, e tanto più ricchi diventano loro.
Bertolt Brecht - Dialogo di Profughi - pag. 52
S'incontra spesso l'idea che il fascismo sarebbe sopportabile se solo non conducesse alla guerra. Non è una nozione particolarmente intelligente. Perché è come dire che i maiali sopporterebbero di venir messi all'ingrasso se poi non fossero macellati. Si è detto che il Comediavolosichiama abbia risolto il problema della disoccupazione impiegando chi non aveva lavoro nella costruzione di carri armati, bombardieri e munizioni. L'unico svantaggio era che magari poi questa attività portava alla guerra.


Ed è ugualmente idiota dire che il capitalismo va ancora bene, ma invece il fascismo è troppo. Se il capitalismo fosse stato in grado di esistere senza il fascismo, quest'ultimo non sarebbe mai esistito. Leggo che sarebbe solo un eccesso del capitalismo, una sua escrescenza. Ma un essere umano con un'escrescenza chiamata cancro è facile che muoia, anche se per il resto è sano come un pesce.

L'idea di un capitalismo pacifico è una follia. Ce lo si immagina pressappoco cosi: tutto va avanti normalmente, la pace regna incontrastata, poi c'è un'interruzione, un increscioso incidente: la guerra.

Proprio come per l'ingrasso dei maiali! Non fa che arrivare mangime su mangime, veniamo lavati, trattati da re, persino fotografati, ma di tanto in tanto si verifica un increscioso incidente e ci macellano.
Bertolt Brecht - Dialoghi di profughi - pag.152-3
Era un genio della tristezza, e in essa si tuffava disgiungendone i molti fili, apprezzandone le sfumature più sottili. Era un prisma attraverso cui la tristezza poteva suddividersi nel suo infinito spettro.
Brod scoprì seicentotredici tristezze, ciascuna assolutamente unica, ciascuna una singola emozione, non più simile all’ira, all’estasi, ai sensi di colpa e alla frustrazione. Automat di Edward Hopper
Tristezza dello Specchio, Tristezza degli Uccelli Addomesticati, Tristezza di Esser Triste di fronte a un Genitore,...
L'assenzio di Edgar Degas
... Tristezza dell’Umorismo, Tristezza dell’Amore senza Scioglimento.
Jonathan Safran Foer - Ogni cosa è illuminata - pag.96