lunedì 9 febbraio 2026

 

Stephanie fece un lungo respiro per calmarsi. “Tu che programmi hai, Jules?”

“Te l'ho detto, voglio venire con te da questo...”

“Intendo cosa pensi di fare”.

Ci fu un lungo silenzio. Poi Jules disse: “Non ne ho idea”.

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Stephanie lo guardò. Avevano imboccato la Henry Hudson Parkway, e Jules stava guardando il fiume, il viso svuotato di ogni energia e speranza. Sentì una fitta di paura stringerle il cuore. “Quando sei arrivato a New York”, disse, “tanti anni fa, eri pieno di idee”.

Jules sbuffò sarcastico. “Chi non lo è, a ventiquattro anni?”

“Avevi una direzione?”

Si era laureato alla University of Michigan un paio di anni prima. Una delle ragazze con cui Stephanie divideva l'appartamento il primo anno alla NYU aveva lasciato gli studi per curarsi l'anoressia, e per tre mesi Jules aveva occupato la sua stanza, vagando per la città armato di bloc-notes, imbucandosi alle feste della Paris Review. Al ritorno dell'anoressica, si era già trovato un lavoro a Harper's Magazine, un appartamento tra l'Ottantesima e York Avenue e tre coinquilini, due dei quali ora dirigevano riviste. Il terzo aveva vinto un Pulitzer.

“Io non capisco, Jules”, disse Stephanie. “Non capisco cosa ti è successo”.

Jules continuò a fissare lo skyline luccicante di Lower Manhattan come se niente fosse. “Sono come l'America”, disse poi.

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Stephanie si voltò di scatto, spaventata “Ma che dici?”, gli chiese. “Le medicine le stai prendendo?”

“Abbiamo le mani sporche”, disse Jules. 

Jennifer Egan - Il tempo è un bastardo - pag.154-155 


 

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